Il famoso cuore spezzato

Ho una relazione con un ragazzo meraviglioso da diverso tempo, ma sto vivendo un momento in cui molte persone a me care hanno concluso il loro viaggio insieme alla persona che amavano e, nella mia nicchia calda di stabilità affettiva, mi sono resa conto di aver quasi dimenticato quale fosse il fulcro attorno cui tutto il male di una separazione ruota, la chiave del dolore della perdita.

L’ heartbreak.

Il cuore che sembra cadere, fare un tuffo nel vuoto e poi infrangersi.
È sconvolgente quanto il dolore fisico possa essere causato da sofferenze emotive.

Quando succede per un attimo siamo certi che potremmo anche avere un braccio rotto o una vecchia carie, che sarebbe sicuramente più facile da sopportare. O forse più semplice.

Facciamo un salto indietro.
La prima volta che mi si è spezzato il cuore avevo 12 anni, quell’età in cui sei vulnerabile a prescindere da tutto. Diversi anni dopo una serie di rapporti veramente importanti si sono conclusi bruscamente, rapporti pervasi da immenso amore, gioia e condivisione. Mi son sentita svuotata, ma nel riprendere il filo della mia esistenza mi son resa conto che, più tessuto riavvolgevo, più mi meravigliavo dei suoi colori.
C’era un inesplorato arcobaleno dentro di me, che scelsi di scoprire con devozione attraverso l’immersione nella spiritualità, che non è quella della comunione con Dio, o almeno non è necessariamente quella, ma è quella dell’anima con le energie con cui interagisce, quelle dell’aria, dell’acqua, degli alberi, degli esseri umani.

Mi sono ritrovata con un insieme di nuove abilità e un sacco di storie da raccontare. Sono stata in grado di apprezzare i momenti di vulnerabilità e di connessione, sperimentarli completamente nel momento presente e lasciarli andare senza subire l’impulso di proiettarsi nel futuro, cercare il significato, modellare l’esito. Liberarmi dei vincoli della negoziazione di un rapporto mi ha permesso di sperimentare un’altra me come completa. Completa e (quasi) totalmente senza aspettative.

E poi, infine, il desiderio di andare più in profondità è giunto, puntuale, pervasivo, ancora una volta; e con lui la curiosità e la sfacciataggine di mettere alla prova i miei vecchi/nuovi colori per vedere se davvero avessero dipinto indelebilmente altre sfumature. L’universo ha immediatamente risposto al mio appello con un uomo magico che mi ha mandato all’aria i piani. I miei tentativi di contenermi davanti al buffet emotivo dell’amore sono miseramente falliti come quando ad ogni natale ti riprometti che questa volta no, questa volta non mangerai il bis di capelletti e la terza fettina di dolce.
Ciò che pensavo fosse diventato importante, essenziale, per una nuova struttura relazionale andava alla grande, ma c’erano delle zone d’ombra nel rapporto che non erano altrettanto meravigliose, anzi, in realtà se ci pensavo bene, proprio le stesse essenziali, irrinunciabili esigenze per la felicità, erano in concreto miseramente secondarie e così, dopo alcuni mesi è emerso che l’amore non era amore e che doveva finire.

Poteva a quel punto essere facile. Non lo è stato, non può mai. Le parole sono state pronunciate, le cose sono state fatte: fa male.

Pema Chödrön dice:

 ” There comes a time when the bubble of ego is popped and you can’t get the ground back for an extended period of time. Those times, when you absolutely cannot get it back together, are the most rich and powerful times in our lives. “

Che per i non addetti ai lavori (e con un tocco di interpretazione personale in più) vuol dire più o meno questo: Arriva un momento in cui perdi ogni certezza e non puoi assolutamente re-incollare i cocci della vita, sfruttalo perché è il momento più potente e fertile che possa esserti concesso.

Ecco alcune delle cose che ho scoperto durante questo tempo ricco e potente:

IL VALORE DELLA SOBRIETA’

Sì sì, proprio la sobrietà, non quella che ti impedisce di conciarti come Moira Orfei per fare la spesa, ma quella che ti fa dire “Ca**o, riesco a sentirmi, oddio che paura!”

Spesso cadiamo in comportamenti dipendenti o indulgenti (bere, mangiare, usare stupefacenti, lavarci ossessivamente) per il sollievo dal disagio. Rimanendo nell’esperienza e non intorpidendo, mi sono esposta al potere delle emozioni nel momento in cui si sono svolte. Non parlo ovviamente del bicchiere di rosso all’aperitivo, Dio benedica il vino, ma di tutti quegli extra che se avessi assunto non mi avrebbero permesso di accogliere la rabbia, di cavalcarla, domarla e infine lasciarla andare. Gli stessi extra che ho compreso essere tali una volta serena, poiché non mancavano più.

SVUOTARE LA CIOTOLA

Il dramma mentale dopo una rottura è intenso. E’ ammirevole la cura con cui la mente cerca di dare un senso al caos dell’emozione. Il ciclo comincia immediatamente nel momento in cui ci percepiamo, analizziamo, dissezioniamo, proiettiamo, accettiamo e (si spera) liberiamo. Parte del lavoro nel lasciare andare la persona amata e una relazione implica questo tipo di bulimia mentale. Sono rimasta sorpresa dalla perseveranza con cui la mia mente volesse a tutti i costi riempire lo spazio.

Appena trovavo una certa pace, svuotando la mia ciotola psico-energetica interna, l’intero processo inesorabilmente riprendeva. Resistere era inutile. Per fortuna esistono i veri amici disposti ad avere le stesse conversazioni più e più e più volte!
In questo modo ho imparato che non possiamo impedire alle nostre menti di riempire la ciotola, è nella nostra natura umana, ma possiamo consentire l’arrivo di detriti per poi rimuoverlo con vigilanza.
Alla fine, il grande slancio rallenta e poi si ferma definitivamente. In questi tempi di grande dissoluzione e annientamento dell’Io, il mantenimento di una ciotola vuota è la nostra più grande occasione per la guarigione.

I TITOLI DI CODA

Nell’anatomia di una rottura, c’è un fenomeno divertente. Quando ci avviciniamo alla decisione di concludere il rapporto, cominciamo a vedere e sentire con una sicurezza inscalfibile cosa è sbagliato, ciò che non funziona, cosa ci fa male. Appena la storia finisce però, matematicamente, riusciamo solo a vedere e a sentire il bello, i momenti di beatitudine, che intensificheranno inevitabilmente la fitta della perdita.

A un certo punto nella mia vita, nel tentativo di controbilanciare questa miopia rosa, ho letteralmente fatto un elenco di tutte le cose che sono stata grata di non dover più affrontare. Passare attraverso la storia del rapporto come lo scorrere dei titoli di coda e citare realmente il bene, ma anche il male, ripristina una prospettiva più equilibrata e può farci svicolare dalla morsa del dolore.

L’ESSENZA DELLA PERDITA

Se ogni relazione è uno specchio, allora c’è un aspetto della perdita che non ha nulla a che fare puramente con l’altra persona. Un aspetto che ugualmente torna alla porta del cuore facendoti sentire una mancanza. Una mancanza sì, ma di cosa?

Quando mi sono posta questa domanda le prime risposte che hanno timidamente tossicchiato per farsi ascoltare sono state cose come “viaggi organizzati quasi per gioco” e “pizza a mezzanotte davanti a un film”. Con un po ‘di introspezione in più, ho cominciato a rendermi conto che mi stava mancando l’inconscia certezza di chi ama che quel ragazzo sarebbe stato il mio partner per molti anni, che sarei invecchiata con lui come compagno.

E poi finalmente ho trovato la radice di quello che stavo perdendo. L’intimità fisica con quest’uomo era stata una selvaggia esperienza di trasformazione per me. Mi aveva permesso di aprirmi in modi che non credevo nemmeno possibili. Stavo soffrendo di gran lunga l’idea che stavo perdendo la donna che avevo scoperto attraverso quell’intimità. Questa realizzazione mi ha permesso di guardare al dolore in modo diverso.

Chi aveva permesso quell’apertura, che ora si palesava come una sorta di lutto aggiuntivo, era proprio lì, ero stata io ed io solamente. Io avevo concesso al mio corpo di rivelarsi, al desiderio di rivendicare il piacere, alla mente di sciogliere le maglie delle fantasie. Io ero riuscita a muovermi con sicurezza, fiera e bellissima in quella danza a due. Avevo ricevuto il preziosissimo dono della condivisione, ma nulla mi era stato portato via.

Lavorare con gli strati del dolore e della perdita richiede tempo. Non potevo vedere tutto in una volta.

IL RITORNO A SE STESSI

Se la conseguenza di una rottura si percepisce come nuotare in un mare tempestoso, alla fine troveremo la riva. Nel processo di lutto, trovare modi per ricordarci chi siamo al di fuori del rapporto ci aiuta a trovare un terreno solido prima di quando. Chiamare una vecchia compagna delle scuole medie, iscrivermi a quel corso in palestra che si vede che fa tanto bene , bere un aperitivo in compagnia in centro, prendere la macchina per andare da sola a guardare il tramonto sul mare, sono stati tutti i modi per rafforzare il  senso di me nel mondo. E non c’è niente di altrettanto curativo come un buon paio d’ore passate ad occuparsi di sé, e cantare a squarciagola quelle canzoni underground che ti piacciono tanto anche mentre ti tocca tirare l’aspirapolvere.

Ora che tutto questo è accaduto, allora e ancora, so che l’amore non solo è ancora possibile, ma che è l’unica certezza.

Grazie.
Giulia

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